Ambiente e industria un matrimonio possibile. Il movimento verso una produzione “pulita” deve riguardare ogni settore

6 Luglio 2015

Può esistere una contrapposizione fra occupazione e tutela dell’ ambiente? Fra occupazione e sicurezza  sul lavoro? Purtroppo sì, questo e’ avvenuto molte volte e avviene ancora. Soprattutto in aree e zone produttive magari poco sotto la luce dei riflettori. Ma la cosa confortante e’ che, se si guardano i numeri e i fatti, il miglioramento dagli anni ’80  in avanti e’ costante. Diminuiscono gli incidenti sul lavoro e migliora la qualità’ dell’aria complessiva. E questo e’ un bel risultato per tutti coloro che si sono battuti perché questo avvenisse e anche per la legislazione italiana, che ha imposto misure e limiti sempre più stringenti.

Ma quel che non può avvenire è che questa continua attenzione si traduca in un processo di chiusura e arresto delle attività’ produttive e in una conseguente messa a rischio di migliaia e migliaia di posti di lavoro. L’eventuale constatazione di fatti ancora nocivi o pericolosi può benissimo tradursi, quando soprattutto sia evidente la volontà di collaborare da parte delle aziende, in ” riparazioni” in corso d’ opera , secondo criteri di gradualità’  e ragionevolezza. Chiudere di fatto un’azienda con migliaia di occupati, come la Fincantieri di Monfalcone, per presunti difetti autorizzativi e contese interpretazioni giuridiche, senza, ripeto senza, alcun pericolo per cittadini e lavoratori, a che serve? Solo ad infliggere ferite mortali ad una eccellenza industriale italiana. Ricordiamoci che povertà’ e disoccupazione sono le malattie più dure, che portano con sé molte altre malattie. A che serve sequestrate continuamente fabbriche o parti di esse? Non sarebbe meglio sedersi attorno ad un tavolo e trovare le soluzioni? Come non serve alla causa ambientale la continua forzatura di dati, oltre ogni ragionevolezza. Fino al paradosso di Vado Ligure dove dopo la chiusura della centrale elettrica si e’ registrato addirittura un aumento dei livelli di inquinamento dell’ aria, perché altre ne sono le cause.  E meno ancora servono a obbiettivi  giusti formalismi senza senso, interpretazioni cervellotiche, protagonismi e conferenze stampa.    Fincantieri ha sopportato a Monfalcone dal 1 gennaio 2013 al 30 giugno 2015 ben 394 ispezioni di ogni genere. Più di 1 ogni 3  giorni. Può’ essere tutto ciò normale?

Sembra essersi diffuso in Italia un modo di pensare secondo il quale tutto ciò che appartiene alla storia ed al presente industriale di questo Paese sia superato. Che solo le magnifiche sorti e  progressive di un’ economia dematerializzata e incorporea siano degne di avere ospitalità. Che produrre acciaio, cemento, navi, automobili, farmaci, composti chimici, far funzionare raffinerie o estrarre gas e petrolio, produrre energia elettrica, persino quella rinnovabile, come fanno tutti i paesi sviluppati del mondo, a cominciare dagli Usa del Presidente più verde della storia americana, sia qualche cosa da lasciare alle spalle. E che quindi ci si possa accanire contro questa storia e questo ancora straordinario presente in ogni modo. Costruendo così una falsa contrapposizione fra green economy e old economy. Il movimento verso una produzione ” pulita” riguarda, deve riguardare ogni settore.

Quel che è certo, è che il nostro Paese ha bisogno di industria come il pane. Che a parte casi isolati tutti sono pronti a collaborare perché essa agisca nel modo più pulito possibile. La chiusura di uno stabilimento, di una fabbrica, di un impianto  industriale devono essere l’eccezione dolorosa, un fallimento non un successo. Le norme devono essere indirizzate alla sostanze delle cose e non poggiare invece su formalismi e bizantinismi di ogni genere. Già troppe aziende in Italia piegano il capo sotto la pressione di una recessione che dura da troppi anni. Non facciamoci ancora del male.

L’articolo è apparso su l’Unità di lunedì 6 luglio.

Taggato con: , , , ,

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

8 Marzo 2014

Chi siamo e cosa vogliamo

Sviluppo economico e sociale imbavagliato. Veti incrociati e decisioni amministrative nel limbo. Politicizzazione del fenomeno Nimby. Degenerazione della fisiologica contestazione. Per reagire a questo stato di cose,  con un gruppo di volenterosi abbiamo dato vita ad un movimento culturale, mettendo al centro