Giochi: il circolo vizioso del prelievo in finanziaria

23 ottobre 2014

Che storia è quella del gioco d’azzardo? Oggi se ne parla per definire “in toto” quello che è invece gioco in denaro a fini di intrattenimento. La parola azzardo definisce l’incertezza del risultato, dunque anche due euro di totocalcio sono azzardo. Il punto chiave è che il gioco in denaro si divide in legale e illegale. Paradossalmente la nuova finanziaria che aumenta il prelievo sulle giocate rischia di essere la tomba dei giochi e anche della raccolta. Più un provvedimento proibizionista che una misura di “buona raccolta” per l’erario.

Il gioco in denaro a fini di intrattenimento è vecchio come il mondo. Le leggi che oggi lo regolano hanno antenati nei giochi che accompagnavano le carovane circensi. In qualunque luogo pubblico del resto si può trovare ancora la tabella che definisce i giochi proibiti.

Lo Stato ne ha autorizzati alcuni e severamente vietati altri per mettere fine agli squilibri tra mercato illegale e mercato legale. Per anni l’ obbiettivo centrale è stato ricondurre tutte le attività di gioco e scommessa alla legalità. Se si smarrisce questa dimensione davvero etica e di ordine pubblico si fa un errore ipocrita e pericoloso. Regolarizzare il gioco serve anche a sottrarre giocatori, ed anche le ludopatie, al controllo del malaffare e della delinquenza organizzata, ma soprattutto per fare emergere dall’illegalità somme enormi, sottoponendole a prelievo. Una scelta morale concreta, dai risultati misurabili, su un’attività sempre esistita.

Dopo aver riportato sotto controllo ed allargato il perimetro delle scommesse, e dopo aver ufficializzato il bingo attorno al 2000, nel 2004 si assiste all’ampliamento del perimetro del gioco lecito con l’introduzione degli “apparecchi” da intrattenimento con vincite in denaro (AWP), attraverso la quale è stata realizzata una vera e propria bonifica del settore, che era stato dominato per decenni dai videopoker e da altri giochi illegali. Il mondo delle slot di allora era un vero e proprio stato criminale nello stato, che viene così ricondotto, connesso, controllato.

Le lunga reticenza verso le “macchinette del demonio” da parte di destra e sinistra era legata ad una visione ottocentesca con un cittadino debole incapace di decidere. La delinquenza ne aveva approfittato per anni. Il convitato di pietra ed il nemico principale, duramente colpito nei suoi circuiti, era e rimane dunque il gioco illegale. Quanto alla Ludopatia, le nuove tecniche possono incoraggiarla per alcuni, ma la portano in emersione. Come per molti altri consumi “non virtuosi”, dall’alcool al fumo, alle droghe leggere e pesanti,  la cura delle patologie è possibile e necessaria, ed onerosa solo se emergono. Il proibizionismo non è mai stato un rimedio affidabile. I paesi, pochi, dove il gioco è bandito oggi ripensano quella scelta.

Vero è che l’emersione, e la legalizzazione, soprattutto con le slot machines ha fatto portato alla luce problemi di sostenibilità sociale non indifferenti. Le risposte finora sono state: campagne emotive, non informative, recinzioni, deterrenti pubblici, stigmatizzazioni e la definizione di “luoghi” franchi “de-slotizzazione”, che hanno avuto come esito una ulteriore “ghettizzazione” in “mondi a parte” del gioco in denaro.

Serve tutto questo? Le scelte che si basano sulla logica che i comportamenti virtuosi debbano essere imposti danno per scontato che poi basti perseguire chi continua a perpetrarli. Più coerente sarebbe allora proibire del tutto il gioco in danaro se considerato inevitabilmente dannoso. Ma non lo si fa con nessuno degli altri consumi. Tuttavia è sempre possibile per lo Stato scegliere la via della messa al bando. Quel che non si può fare è spingere fuori gioco il gioco (anche con le ordinanze restrittive dei sindaci) e pensare di averne più rientri.

Avere portato in evidenza giocatori e gioco, e condannarlo, ha paradossalmente alimentato una illusione che potrebbe paradossalmente favorire il convitato di pietra: se combattessimo la piaga dell’alcoolismo con il proibizionismo le distillerie ed i vinai clandestini si sprecherebbero.
La convenienza a giocare pulito e legale è la chiave per ridurre e combattere questa concorrenza perversa e costosa.
La scelta di aumentare il prelievo sui consumi non virtuosi “si porta” molto senza grande riguardo non solo per la maturità dei consumatori, ma anche per la sostanza del mercato. C’è il rischio di un clamoroso autogol.

Nell’ambito delle cosiddette slot-machines (ove si gioca meno che in altri settori) vi sono due grandi tipologie (AWP e VLT), e in tutti i calcoli che si fanno sui volumi di denaro e profitti si omette di chiarire che, fatta 100 la raccolta:

1) Tra il 75 e 89 % delle giocate è restituito ai giocatori in premi (sono cifre assai pià basse di quelle di altri paesi europei): si chiama Pay Out ed è quello che i giocatori incassano dal gioco. Quel che si aspettano in cambio dell’azzardo in cambio di quel che investono. Pochi saranno contentissimi, alcuni moderatemente soddisfatti, molti saranno indotti a rigiocare e  tanti a perdere.

2) Della raccolta globale il  12% (Preu) va all’erario, al fisco, allo Stato, che incassa anche il valore delle concessioni.

3) Il rimanente, tra 11,7 e il 5,7 % ( a seconda delle tipologie di gioco) va ai distributori, ai proprietari delle macchinette ed ai concessionari (le aziende che hanno vinto e pagano la concessioni). In molti casi sono anche agenti del fisco e trasportano il denaro e rendono servizi.

Ai concessionari (al netto dei costi di queste operazioni al concessionario) resta l’ 1.8 % nelle AWP ed il 2% nelle VLT. Dati accertati dal fisco. Non è poco, ma non c’è trippa per il fisco e ce n’è sempre meno per chi investe nelle concessioni.

Attenzione, nel 2014 è già calata la raccolta, cioè i soldi giocati ed il gettito per il fisco. Perché? La crisi, la riduzione dei circuiti dell’offerta (no slot), l’aumento della tassazione 2012-2013 ha già spostato giocatori all’illegale o fuori dal legale (totem o sedi illegali).

Che succederà se aumenta il PREU, prelievo sui giochi, cioè sull’insieme dei soldi giocati (un prelievo sui profitti, già tassati al 30%, rappresenterebbe una percentuale risibile)? L’unico risultato sarà riduzione del mercato e della convenienza a investire di concessionari (distributori, bar e postazioni) delle giocate e degli introiti. È probabile un aumento della illegalità e drastica riduzione di gettito. Un vortice negativo per tutti meno che per la marginalità criminale.

Non è una idea dei concessionari, facciamo parlare  l’agenzia dei Monopoli:

“I concessionari e gli altri operatori del settore sarebbero tenuti a sostenere i costi degli investimenti indispensabili per apportare le necessarie modifiche tecniche agli apparecchi di gioco; tali costi potrebbero stimarsi complessivamente tra 1 e 2 miliardi di euro, a carico di un settore che per un certo periodo di tempo, vedrebbe ridotti drasticamente i propri ricavi. I nuovi apparecchi da gioco sul mercato potrebbero non esercitare un’attrattiva analoga agli apparecchi preesistenti e ciò arrecherebbe, a prescindere dalla sostituzione, una sicura riduzione delle entrate erariali ad oggi non quantificabile, poiché molti giocatori preferirebbero emigrare nel settore dell’illegalità”.

E’ la via giusta? Non sarebbe meglio governare il mercato dei giochi e le patologie (rischiare meno per ottenere di più)? E Stato e cittadini? Non sarebbe meglio ottenere nuovi luoghi e modalità sicure, nuove offerte, sottraendo spazi all’illegale? Destinare una quota certa dei ricavi e dei nuovi giochi ai territori ed ai comuni perché affrontino le tematiche sociali correlate?
Chiedere magari più responsabilità e insieme dare più certezze ad esercenti e concessionari migliorando spazi, servizi e supporto ai giocatori in difficoltà. Si potrebbe fare molto, ma si può rispondere con ragionevolezza ad una crociata?

Massimo Micucci

Taggato con: , , , , ,

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

8 marzo 2014

Chi siamo e cosa vogliamo

Sviluppo economico e sociale imbavagliato. Veti incrociati e decisioni amministrative nel limbo. Politicizzazione del fenomeno Nimby. Degenerazione della fisiologica contestazione. Per reagire a questo stato di cose,  con un gruppo di volenterosi abbiamo dato vita ad un movimento culturale, mettendo al centro