Manifesto Ecomodernista contro il neocolonialismo di un ambientalismo che ignora i poveri

5 Maggio 2015

Un cambogiano utilizza mediamente 170kWh all’anno. In Bangladesh il consumo pro capita si spinge fino a 240kWh. In Nepal prima del tragico terremoto si sfioravano i 90 kWh per abitante. In Etiopia, appena 50.

Poi, dall’altra parte, ci siamo noi occidentali. Con consumi di elettricità di svariati ordine di grandezza superiori.  Noi europei viaggiamo sui 6mila kWh ma con grosse sproporzioni tra il finlandese che ne consuma circa 16mila kWh e il rumeno poco più di 2 mila. Solo il mio frigorifero, classe A beninteso, consuma tra i 500-600kWh all’anno.

Non è sorprendente quindi che una dozzina di paesi abbiano aderito – Cambogia, Nepal, Bangladesh inclusi – alla nuova istituzione finanziaria, la Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture, AIIB. L’organismo promosso dalla Cina che si contrappone alla Banca Mondiale e Fondo Monetario, rappresenta la risposta delle economie emergenti al controllo del capitale e delle scelte strategiche da parte dei paesi sviluppati. Ma c’è dell’altro in questo antagonismo.

Lo schieramento contrapposto  riflette anche una diversa prospettiva filosofica nel conciliare la crescita con le priorità ambientali. Per esempio, l’occidente si adopera per bloccare l’accesso a quelle fonti energetiche che hanno portato benessere e prosperità ai paesi dell’Ocse. Spingendosi ad abbracciare delle posizioni  persino paradossali. Gli Stati Uniti dipendono per il 95% del proprio mix, da gas, carbone, idroelettrico e nucleare, eppure proprio quelle fonti sono quelle messe al bando o sulle quali i paesi sviluppati hanno posto il maggiore numero di restrizioni

E’ questione di pragmatismo. Ma anche di visione complessiva. Se ai miliardi di poveri  e quasi poveri non viene offerta un’alternativa di reale sviluppo, a pagarne le conseguenze sarà la salute del pianeta intero. E’ questa visione meno sclerotizzata, ad ispirare la ventina dei primi firmatari del Ecomodernist Manifesto che sbaracca la classica visione che aggancia la prosperità dell’umanità alla distruzione del pianeta. Insomma il caposaldo dell’ambientalismo fondamentalista,  l’essenza della visione catastrofica dell’Antropocene, viene spazzato via da un manifesto firmato da un gruppo di personalità che unisce icone dell’ambientalismo della prima ora come Stewart Brand a registi come Micheal Stone,  scrittori come Mark Lynas, scienziati come Barry Brook,  politologi come Christopher Foreman, filosofi  come Mark Sagoff. Gli ecomodernisti propongono lo sviluppo economico come condizione necessaria per la salvaguardia del pianeta. In sostanza si propongono di sostituire il termine passepartout di “sviluppo sostenibile” con quello di “strategico uso intensivo delle risorse”. Per lottare contro il cambiamento climatico, proteggere la natura e cancellare la povertà globale è necessario far sì che le attività umane utilizzino meno risorse (suolo, fonti energetiche, ecc.) e interferiscano al minimo con il mondo naturale per ridurne l’impatto. Il fine è simile ma il modello di attuazione si discosta dalle politiche eco-consapevoli in voga in quegli strati della popolazione con stomaco sazio e portafoglio più rigonfio.

Piccoli appezzamenti, km.0, agricoltura biologica va bene per i cittadini occidentali. Ma se fosse l’unica alternativa per sfamare 9 miliardi di persone (quanti saremo al 2050) significherebbe sfruttare ogni singolo ettaro di superficie terrestre. Mentre solo la coesistenza con l’agricoltura moderna e le tecniche produttive meccanizzate, permette di dare cibo all’umanità consumando in modo più produttivo meno suolo.

Come fa notare il Manifesto, del totale delle deforestazioni i 2/3 sono accaduti prima della rivoluzione industriale quando l’umanità era supposta vivere in piena armonia con Madre Natura. O ancora. Nell’ultimo secolo si è dimezzata l’estensione  di suolo necessaria per coltivare cibo e foraggio per sfamare un individuo.

Se realmente vogliamo che i paesi in via di sviluppo raggiungano anche solamente la metà del nostro livello di benessere non c’è alternativa all’aumento della produttività, spiega uno dei firmatari David Keith della scuola di Ingegneria e Scienze Applicate di Harvard. La quale non si raggiunge con il ritorno alle pratiche arcaiche della coltivazione o in assenza di meccanizzazione dell’agricoltura.

Un ambientalismo punitivo e ideologico nei confronti delle aspirazioni di benessere del miliardo di poveri del Sud del Pianeta è immorale. Così come negli anni ’50 avveniva  la migrazione dalle campagne italiane verso i centri cittadini, lo stesso fenomeno si replica ora a livello mondiale ribadendo quella massima medievale germanica “L’aria della città rende liberi” (e ripresa anche da Max Weber). Se non liberi, comunque con maggiore opportunità di ottenere un lavoro e ricevere una formazione.  La vita in metropoli comporta in generale un’accelerazione verso la stabilizzazione demografica. Si riduce la mortalità infantile che permette di conseguenza l’abbassamento del tasso di natalità, condizione preliminare per rimuovere l’intollerabile indigenza.  Accettando e favorendo questi fenomeni sociali emergenti, l’umanità avrà d’altro canto, l’opportunità di rinverdire e rinselvatichire il Pianeta; questo non nonostante ma in virtù del fatto che i paesi del terzo mondo raggiungeranno standard di vita moderni.

Questa transizione richiede però molta energia. Preferibilmente a bassa intensità carbonica. Pale eoliche e biocarburanti inghiottono larghe superfici terrestri, una controindicazione che pannelli solari e centrali nucleari adatti per la generazione di base di energia elettrica invece non presentano. Nel mentre, per alimentare il decollo dei paesi poveri, si deve pensare  di ricorrere alle dighe, al gas e senza eccessivi pregiudizi, anche al carbone.

L’equazione altrimenti è irrisolvibile, sostengono i firmatari dell’eco manifesto. Lasciare che i poveri continuino a bruciare legna e biomasse non arresta il degrado delle foreste… Meglio piazzare un pannello solare sul tetto della capanna affinché possano ricaricare il cellulare.

Non sembra, ma il termine “sviluppo sostenibile” risale a 28 anni fa quando venne coniato al palazzo di Vetro. Anche nella sua iniziale formulazione il nodo dell’energia veniva citato nel documento della commissione Bruntland: “Condizione indispensabile per uno sviluppo sostenibile sono fonti di energia sicure e sostenibili”. Punto ancora da risolvere.

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2 commenti su “Manifesto Ecomodernista contro il neocolonialismo di un ambientalismo che ignora i poveri
  1. Enzo Boschi ha detto:

    Ottimo articolo che con oggettività evidenzia le contraddizioni di coloro che vivono nel mondo dell’abbondanza e che con un pragmatismo al limite della spregiudicatezza cercano di imporre scelte economiche in senso lato agli Ultimi. Gli Ultimi: quelli che consumano pochissimo ma, essendo moltissimi, potrebbero creare anche nel breve periodo seri problemi a noi Primi. Osservo che i personaggi citati non sono poi da considerare particolarmente significativi. Bravissimi nel prendere posizione e cambiarla al mutare delle condizioni al contorno, ma non è dato conoscere nessuna soluzione ai tanti problemi a loro ascrivibile. Articoli con l’un linguaggio così semplice e completi sull’argomento trattato sono da pubblicizzare il più possibile in modo che a tutti sia chiaro per esempio le difficoltà insite nel grande tema del’approvvigionamento energetico. E che possibilmente sia chiarito a politici e ministri che evidentemente sulla questione hanno idee molto confuse. Confuse in maniera vergognosa è irresponsabile.

  2. Rinaldo Sorgenti ha detto:

    Infatti, per aiutare quel 1,3 miliardi di esseri umani che ancora non hanno accesso all’elettricità e quei 2,4 miliardi di esseri umani che cucinano e riscaldano le loro misere abitazioni con la Biomassa vegetale ed animale (come nella foto che accompagna l’articolo) occorre portare le moderne forme di produzione dell’energia a costoro. La risposta quindi non è l’ideologia od il catastrofismo fuorviante, ma le moderne tecnologie che evolvono e consentono di utilizzare le varie fonti energetiche (tutte) nel modo più opportuno e sostenibile. Diversamente, i problemi non potranno che aumentare e travolgere anche coloro che hanno la pancia piena e si riempiono la bocca con lo pseudo-ambientalismo di comodo.

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Sviluppo economico e sociale imbavagliato. Veti incrociati e decisioni amministrative nel limbo. Politicizzazione del fenomeno Nimby. Degenerazione della fisiologica contestazione. Per reagire a questo stato di cose,  con un gruppo di volenterosi abbiamo dato vita ad un movimento culturale, mettendo al centro