Stesso impianto con finalità ambientali. Stoppato in Basilicata. Realizzato nelle Marche.

10 Marzo 2014

Prendete una regione la cui economia è tornata ai livelli di 15 anni fa, dove  il mercato del lavoro è con il segno negativo. Ora figuratevi un impianto che minimizza l’impatto ambientale di un’attività molto sensibile come quella di un giacimento petrolifero. Immaginate un processo che ottimizza  la risorsa idrica in un’area dove è richiesto un elevato consumo d’acqua. Considerate anche un investimento di un milione de euro che favorisce  la crescita del territorio. Bene, ora cancellate tutto il quadro perché la regione dice no. Succede che la Basilicata ha stoppato il progetto pilota di riutilizzo a fini industriali delle acque derivanti dall’attività estrattiva di idrocarburi nei pozzi di oltre 3mila metri nella Val D’Agri. Il processo messo a punto da Eni e Syndial, doveva passare nella fase sperimentale. Senza successo. Fin qui potevamo concludere di trovarci difronte all’ennesimo esempio di cavilli burocratici e zavorre amministrative riservati alle estrazioni petrolifere in Italia.  Questa volta messi in atto con la richiesta di Assoggettabilità a Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), un iter pluriennale e complesso incompatibile con la natura sperimentale del progetto pilota.  Tuttavia al rammarico di un’opportunità industriale con finalità ambientali mancata, si aggiunge l’amarezza che lo stesso impianto, stesse autorizzazioni richieste ma questa volta ottenute senza VIA, è stato invece realizzato a Schieppe di Orciano in provincia di Pesaro-Urbino.   Lo scorso 20 novembre il test è partito con il trattamento delle acque di strato provenienti appunto dal giacimento nel Val d’Angri. Ulteriore ricaduta ambientale negativa della sperimentazione dislocata: il sostenuto  traffico di mezzi pesanti destinati al trasporto dell’acqua tra i due siti.

All’origine di questa vicenda, l’immancabile effetto NImby. L’opposizione locale contrasta la reiniezione nel giacimento, dell’acqua estratta assieme agli idrocaburi, una volta avvenuto la sua separazione dall’olio e gas. Si tratta, badate bene, di una best practice seguita mondialmente dall’attività petrolifera mondiale, riconosciuta  dalle Autorità di Vigilanza  e recepita anche dalla normativa ambientale nazionale. Rimane quindi come alternativa, indirizzare l’acqua all’impianto di trattamento reflui nell’area industriale di Pisticci nel Val Basento. Anche questa “soluzione” solleva proteste, tant’è che alla regione Basilicata tocca accollarsi un impegno di 1,3milioni di  euro per coprire la copertura delle vasche e contrastare i miasmi.

Viceversa il sito industriale di Viggiano nella provincia di Potenza dove presso il COVA (centro Oli Val D’Angri) avviene la separazione dell’acqua dagli idrocarburi ha un elevato fabbisogno di acqua; da cui lo sforzo di Eni e Syndial per sviluppare una soluzione in grado di immettere nuovamente le acque  estratte nel ciclo di produttivo.

L’impianto pilota è formato da 5 unità assemblabili, di piccole dimensioni e mobili. Può trattare 5 mc/ora e la sperimentazione si prefissava la campagna di un mese o comunque 1.000 mc trattati. I risultati del test marchigiano sono ad oggi positivi: la qualità delle acque del ciclo di trattamento e i parametri ambientali di funzionamento dell’impianto rispettano le attese.

A partire da questi risultati incoraggianti, spunta l’ipotesi di un impianto fisso di trattamento  delle acque con capacità 20 volte maggiore. Sempreché l’impianto zero liquid discharge riesca a dribblare la gimkana dei veti incrociati tra amministrazione e comitati di cittadini.

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8 Marzo 2014

Chi siamo e cosa vogliamo

Sviluppo economico e sociale imbavagliato. Veti incrociati e decisioni amministrative nel limbo. Politicizzazione del fenomeno Nimby. Degenerazione della fisiologica contestazione. Per reagire a questo stato di cose,  con un gruppo di volenterosi abbiamo dato vita ad un movimento culturale, mettendo al centro