Viticoltura con meno chimica? Sì, con la genetica

31 Dicembre 2015

E’ velleitario immaginare un’agricoltura senza chimica, senza genetica. O c’è l’uno, o l’altro”, afferma  Michele Morgante a capo dell’Istituto di Genomica Applicata (IGA) nato 9 anni fa su iniziativa di un gruppo di ricercatori dell’Università di Udine con competenze multidisciplinari nel campo della genomica e del miglioramento genetico in specie vegetali, animali e medicale. Merito del centro il sequenziamento del genoma della vite che ha completato nel 2007 con la collaborazione del Genoscope di Parigi e quello, due anni dopo, del pesco. Il laboratorio di bioinformatica  friulano si distingue anche per le tecniche di generazione avanzata per il sequenziamento del DNA. Una conquista che consente un risparmio di tempi e costi impensabili fino a qualche anno fa. Tanto da suggerire nel 2008, di trasformare questo valore aggiunto dell’IGA in servizi di decodifica genetica offerti ad aziende private ed enti pubblici  per autofinanziare la propria ricerca di base condotta da 25 ricercatori.

Quali sono le ricadute dall’aver decifrato il Dna della vite per il settore viticolo?

Ottenere attraverso la genetica 10 nuove varietà di vitigni se non propriamente resistenti al 100% comunque meno vulnerabili agli attacchi della peronospora e oidio. Sono due patologie che causano gravi perdite sia nella produzione di uva anche nelle annate successive che nella qualità dell’uva stessa e quindi anche del vino prodotto.

Con il vantaggio?

E’ stato dimostrato che la coltivazione di queste viti abbatte notevolmente il numero di trattamenti anticrittogamici. Si può arrivare anche a 20 e più trattamenti.  Con queste varietà ci si limita a un paio di trattamenti. E sono indicate per la viticoltura biologica perché diventa possibile utilizzare anche solo solfato di rame, antiparassitario permesso nella coltivazione biologica. Un vantaggio per la salute e anche per il portafoglio del viticoltore che taglia di un terzo i costi.

La genetica permette di eliminare, o quasi, la chimica nei campi. Ma sono Ogm?

No, non abbiamo trasferito o inserito geni nel Dna con la tecnica dell’ingegneria genetica. Il miglioramento genetico di questi nuovi viti è stato ottenuto con la tecnica più tradizionale conosciuta in agricoltura, ossia gli incroci per selezione. Fondamentale è stata la conoscenza ottenuta con il sequenziamento delle basi del genoma  della Vitis vinifera che ha permesso l’isolamento dei geni alla base dei caratteri d’interesse, per esempio, quelli di resistenza alla peronospora e oidio. Certo i tempi di selezione sono molto più lunghi rispetto all’inserimento diretto nella pianta di un gene di resistenza…

E cioè?

Nel primo caso devo aspettare i tempi della crescita, germogliazione, fioritura, impollinazione e maturazione  della pianta. I tempi della natura, insomma. E questo su più cicli. Infatti ci sono voluti 15 anni per arrivare a queste 10 varietà resistenti. Nel caso del trasferimento mirato di un gene, prelevandolo per esempio dal Dna della vite selvatica, si può portare a termine l’operazione in un terzo del tempo.

Ma l’ingegneria genetica sulle specie vegetali è vietata in Europa?

E’ vero secondo un’interpretazione letterale della normativa, tuttavia, questo è un momento decisivo perché la Commissione Europea deve fornire un orientamento al Parlamento su come comportarsi nei confronti di quelle che vengono definite New Breeding Technologies. Con questo termine si indicano tutta una serie di tecnologie di miglioramento genetico di nuova generazione, tra cui quelle ottenute mediante la biologia molecolare di seconda generazione, come la cisgenetica. Si tratta di una metodologia in base alla quale si introduce un gene della stessa specie, in genere prelevato dalla pianta selvatica, per creare delle varietà con caratteristiche particolari, per esempio, resistenza alla siccità, a certe patologie, ecc.”

Ma non è il caso per queste 10 varietà varate dall’IGA il cui miglioramento genetico è stato ottenuto tramite reincrocio. Tuttavia, a causa del cambiamento del loro patrimonio genetico, quest’ultime hanno dovuto assumere dei nomi esotici come Fleurtai, Soreli e Julius oppure, per mantenere il richiamo parentale alla vite di origine, essere ribattezzate Cabernet Eidos o Sauvignon Nepis.

Cosa aspettarsi nei prossimi mesi? La posizione dell’autorità per la sicurezza alimentare EFSA sarebbe per disaccoppiare i sistemi di approvazione sulle piante transgeniche da quelle ottenute con il metodo cisgenico. Un risparmio misurabile in termini di decine e decine di milioni. Basti pensare che una pianta biotech può sfiorare i 50/100 milioni di costo tra R&S e autorizzazioni prima di arrivare sul mercato. “Sarebbe un approccio soft che permetterebbe di superare quell’antitesi tra tradizione e innovazione” spiega il Direttore scientifico dell’IGA che ha portato avanti questo progetto assieme ai Vivai Cooperativi Rauscedo, il più grande produttore mondiale di barbatelle.

Tra l’altro la cisgenetica è forse l’unico modo, accettabile per l’opinione pubblica,  per salvare alcune varietà tradizionali, ora che l’UE è in procinto di promulgare una normativa più stringente sull’uso dei fungicidi di cui la viticoltura è un grande consumatore.

Paradossalmente accade proprio il contrario dell’accusa che si rivolge correntemente all’agricoltura biotech. Perché Nebbiolo, Sangiovese, vitigni dalle cui uve si producono i grandi vini Doc come Barolo o Brunello, rischiano come ha anche denunciato Angelo Gaja, l’estinzione a causa dell’assalto della peronospora e dell’oidio, mentre potrebbero essere salvati dall’innovazione genetica sulle viti. Indipendentemente dalla tecnica con la quale si ottengono. Il paradosso è che se si modifica il corredo genetico di una pianta anche per effetto di radiazioni o per mutagenesi chimica, il legislatore europeo non ha nulla da eccepire, anche se poi i derivati finiscono nei piatti degli italiani. Un esempio su tutti: l’olio di girasole della varietà Peverets. Ma se interviene un intervento mirato, sicuro e preciso di ingegneria genetica per disattivare un gene che favorisce lo sviluppo di una fitopatologia o per potenziarne uno che la combatte, allora c’è un’alzata di scudi. Cambia la tecnica ma nella sostanza non vi è differenza.

Questo articolo è stato pubblicato sull’Unità il 29 dicembre 2015

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Sviluppo economico e sociale imbavagliato. Veti incrociati e decisioni amministrative nel limbo. Politicizzazione del fenomeno Nimby. Degenerazione della fisiologica contestazione. Per reagire a questo stato di cose,  con un gruppo di volenterosi abbiamo dato vita ad un movimento culturale, mettendo al centro